Non è stato avanguardista come i suoi predecessori, ma il discorso sullo Stato dell’Unione europea pronunciato oggi (16 settembre) dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen davanti al Parlamento europeo riunito in plenaria a Strasburgo ha comunque avuto dei punti forti: la necessità di completare la revisione del mercato unico entro la fine del prossimo anno, il riequilibrio dei rapporti con la Cina, le strategie di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico, il non negoziabile supporto all’Ucraina e la condanna alle violazioni di Israele a Gaza e in Cisgiordania.
Hanno inoltre incuriosito parecchio gli osservatori due specifiche promesse di von der Leyen. La prima è il nuovo Consiglio di sicurezza europeo, che dovrebbe riunire Bruxelles con Ucraina, Regno Unito, Norvegia, Canada e altri Paesi partner con l’obiettivo di creare un formato politico più ampio per discutere delle minacce alla sicurezza europea. C’è poi il nuovo Congresso d’Europa, al momento oggetto misterioso. Fissato per il prossimo anno – in concomitanza con il settantesimo anniversario dei Trattati di Roma – allo scopo di elaborare una visione del progetto europeo adattata al XXI secolo, pare possa trattarsi di una conferenza continua e strutturata che coinvolga pensatori, scrittori, artisti, scienziati, cittadini e società civile.
Ci sono però tanti aspetti di cui la presidente della Commissione ha parlato solo a grandi linee o non ha menzionato affatto. Il primo glielo ha fatto notare il capogruppo del Partito Popolare Europeo (PPE), il tedesco Manfred Weber, nel suo intervento di replica: la difesa europea. Von der Leyen si era limitata a guardare alla guerra russa in Ucraina e alle minacce ibride – “sempre meno ibride” – nel territorio dell’Unione e a ragionare di nuove strategie in sinergia con la NATO, ma per Weber serve un passo ulteriore per rendere “irreversibile” l’unità europea, quello di dotarsi di “un mercato unico degli armamenti, strutture di comando congiunte, droni europei, satelliti europei”.
L’eurodeputato ha fatto riferimento alla Comunità europea di difesa, promossa negli anni ’50 da Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Robert Schuman, come unica opzione per rendere efficace una difesa composta oggi da “ventisette eserciti bonsai”.
Nella cornice della sede della rappresentanza in Italia della Commissione europea, a Milano, si sono sollevate altre voci sulle lacune nel discorso di von der Leyen. Secondo Arturo Varvelli, Senior Policy Fellow dello European Council on Foreign Relations (ECFR), la straordinarietà del momento che stiamo vivendo – quello in cui il sistema internazionale, in cui l’Unione europea ha proliferato pacificamente negli ultimi settant’anni, si sta disgregando – si è colto più dalla presenza in assemblea del primo ministro canadese Mark Carney che dalle parole della presidente della Commissione.
“Le va dato atto che ha avuto il coraggio di ribadire come, a prescindere dallo schieramento politico, dobbiamo riconoscerci tutti nei principi democratici”, ha detto Varvelli, “ma su tanti temi non ha dato quella risposta incisiva che invece ha esternato in riferimento alla minaccia russa”.
L’aspetto della politica estera pare avere colpito anche Liliana Faccioli Pintozzi, Head of International News di Sky TG24, che ha fatto notare il grande assente nello Stato dell’Unione europea: gli Stati Uniti d’America. Von der Leyen ha aperto il discorso sulle minacce mettendo sullo stesso piano Ucraina e Groenlandia, ma da lì in avanti non ha più fatto riferimenti, nemmeno impliciti, a Washington.
“Non è necessario che sia citato il presidente degli Stati Uniti, ma è curioso che manchi completamente nel discorso il rapporto transatlantico in un momento in cui ci sono così tanti e rilevanti conflitti in corso”, ha dichiarato Faccioli Pintozzi. Secondo la giornalista, come nel caso della presenza di Carney, anche questa omissione può essere letta come un messaggio. A maggior ragione se si considera che gli Stati Uniti non vengono nemmeno menzionati come principale partner di riferimento dell’Unione europea, un ruolo a cui eravamo abituati. Al contrario, è il Canada di Carney a essere invitato come Paese membro associato dell’Unione europea, sebbene si tratti, per sua stessa natura, di un riconoscimento dal valore essenzialmente simbolico.
Faccioli Pintozzi ha insistito anche sul tema dell’intelligenza artificiale. “Tutti i grandi Paesi si stanno schierando, von der Leyen apparentemente no. Siamo d’accordo che è l’uomo a dover gestire l’intelligenza artificiale e non viceversa, ma dobbiamo guardare in faccia la realtà e vedere gli esiti negativi che l’IA già sta producendo come la perdita di posti di lavoro”, ha dichiarato. Effettivamente, la presidente della Commissione è stata inaspettatamente tiepida sul tema che, negli ultimi giorni, ha fatto discutere per la forte eventualità che incida rapidamente in senso negativo sul genere umano.
Davanti all’affermazione di von der Leyen che la Commissione favorirà nuovi investimenti pubblici e privati nelle startup europee e portare l’IA fuori dallo schermo, “applicandola concretamente alla sanità, all’industria e ai servizi pubblici”, la giornalista si è dunque chiesta quale ruolo intenda avere l’Europa sul fronte della ricerca, domanda a cui non abbiamo ancora una risposta.
In riferimento all’innovazione, von der Leyen ha citato ICEYE, società spaziale fondata da un ragazzo polacco e da un ragazzo finlandese conosciutisi durante l’Erasmus, come esempio delle potenzialità del continente. L’iniziativa dei due giovani, presenti in Parlamento, è molto bella secondo Carlo Altomonte, professore associato dell’Università Bocconi, che si è immediatamente chiesto quando si registreranno al Nasdaq, “visto che lo scale-up in Europa non si può fare”.
È questa una delle contraddizioni che, secondo Carlo Altomonte, l’Unione europea deve affrontare per tornare competitiva. Il rapporto Draghi “è la perfetta analisi delle cose da fare”, ma con circa duecento proposte diventa necessario stabilire delle priorità. “Per realizzare le cose you have to walk the talk, devi passare dalle parole ai fatti, e per questo non basta solo la Commissione”. Se il Parlamento europeo “sembra allineato”, il nodo resta il Consiglio. “Stiamo progredendo a rilento per via degli Stati membri”, la cui titubanza è stata evidente nelle ultime occasioni in cui è emersa la possibilità dello strumento del debito comune.
L’esempio portato da Altomonte è forse addirittura più impattante: la difesa. “Chi sta facendo di più al momento è la Germania, che però o compra da Israele e Stati Uniti o realizza in casa senza coinvolgere gli altri partner europei”, ha dichiarato il professore. Questo caso rende evidente un problema più generale, cioé che dalla Commissione europea si pretende spesso che intervenga su dossier sui quali, però, non dispone degli strumenti necessari per agire autonomamente.
Dall’unione fiscale a quella bancaria, fino alle altre decine di capitoli aperti nel rapporto Draghi, l’iniziativa decisiva resta nelle mani degli Stati membri. Sono questi ultimi, infatti, a dover scegliere di mettere in comune risorse e interessi e arrivare a una soluzione condivisa, perché sia applicata. Quando prevale la logica nazionale, anche le iniziative già individuate a livello europeo finiscono così per rimanere sulla carta. Il problema, quindi, non è soltanto individuare cosa debba essere fatto, ma trovare la volontà politica degli Stati di farlo insieme.
Altomonte ha aggiunto – in conclusione – che l’Unione europea, per diventare davvero competitiva, dovrebbe sfruttare il vantaggio che ha già in casa, quello del mercato unico. “È l’unico mercato che ha accordi di libero scambio con tutte le big powers di cui parlava Carney nel forum di Davos a gennaio, Brasile, India, Australia, Corea del Sud e altri ancora”, ma quel mercato, avverte, “non esiste in settori oggi chiave come energia, digitale e finanza”. Altra sfida non segnalata da von der Leyen, ma da combattere con istituzioni e Stati membri uniti.

